FISIO ALLO SPECCHIO

Dentro lo Staff

Per la rubrica Dentro lo Staff, entriamo nel mondo di Matteo Gandolfi e Matteo Bonfanti, i due fisioterapisti di ChorusLife Volley Bergamo, per scoprire come lavorano, come si completano e quanto contino la fiducia e la collaborazione nel loro ruolo.

Come siete arrivati alla fisioterapia e, in particolare, al mondo della pallavolo?

Matteo Bonfanti: «Ho sempre fatto sport e mi sono anche fatto male parecchie volte! Proprio grazie a un fisioterapista che mi seguiva è nata la passione per questo lavoro. L’arrivo nella pallavolo, invece, è stato un po’ casuale: ho mandato un curriculum a uno studio il cui proprietario gestiva anche una scuola di pallavolo. Ho cominciato così».

Matteo Gandolfi: «Anche per me è stato un percorso un po’ casuale. Non pensavo che la pallavolo fosse un mondo così particolare, poi ho scoperto una realtà completamente diversa, sia per la gestione sia per il modo in cui si svolge il lavoro. In fondo, nella pallavolo ci ho sempre vissuto: è stata un po’ la naturale evoluzione del mio percorso».

Quando è più importante il vostro intervento: prima, durante o dopo l’allenamento?

Gandolfi: «Soprattutto prima e dopo. Durante l’allenamento interveniamo più che altro per eventuali controlli o necessità specifiche. Se le atlete stanno bene, sono proprio il lavoro prima e quello successivo alla seduta a fare la differenza».

Quanto è difficile dire a un’atleta che non è pronta per tornare a giocare?

Bonfanti: «È complicato, anche se spesso le atlete stesse arrivano a rendersene conto. È un processo graduale: soprattutto quelle più esperte imparano a riconoscere i segnali del proprio corpo e a capire la gravità di un infortunio. Naturalmente, quando il percorso è lungo, non è mai semplice accettare di dover aspettare ancora».

Lavorate fianco a fianco ogni giorno: in cosa siete diversi e in cosa, invece, vi assomigliate?

Gandolfi: «Matteo è più riflessivo, mentre io sono un po’ più impulsivo: tendo a seguire subito la mia idea».

Bonfanti: «Probabilmente anche l’età ha la sua influenza! In ogni caso, la nostra somiglianza più grande è il confronto continuo. Ci parliamo molto e cerchiamo sempre di condividere le decisioni».

Chi è il più severo? E chi il più paziente?

Gandolfi: «Qui il confronto si fa meno semplice: dipende dalle situazioni e dagli aspetti del lavoro. Non c’è un vincitore assoluto, perché entrambi sanno quando è il momento di essere rigorosi e quando, invece, serve lasciare spazio al tempo e alla pazienza».

Vi capita di avere opinioni diverse? Come trovate una soluzione?

Bonfanti: «Ci confrontiamo quotidianamente su tantissime cose. Spesso siamo già sulla stessa linea, perché abbiamo un modo di lavorare abbastanza simile. Quando non troviamo subito una soluzione, continuiamo a parlarne finché non arriviamo a una quadra. E non mancano i messaggi su WhatsApp, anche a tarda sera!».

Quanto conta il rapporto con il resto dello staff?

Gandolfi e Bonfanti: «È fondamentale. La collaborazione è ciò che fa davvero la differenza: il recupero di un’atleta non dipende soltanto dal lavoro dei fisioterapisti, ma anche da quello del preparatore atletico e dell’allenatore. Siamo anelli di una stessa catena e dobbiamo lavorare nella stessa direzione. Quest’anno, inoltre, percepiamo un clima particolarmente sereno e piacevole, con grande fiducia reciproca».

E quanto pesa la componente psicologica durante il recupero da un infortunio?

«Per entrambi, moltissimo. La testa può diventare determinante quanto il recupero fisico, se non addirittura di più. Ritrovare fiducia nel proprio corpo, superare la paura di farsi nuovamente male e sentirsi pronte a tornare in campo sono passaggi decisivi. Per questo, accanto alla competenza tecnica, servono ascolto e sensibilità».

Il vostro lavoro si svolge spesso lontano dal campo: vi sentite comunque parte della squadra?

Gandolfi: «Assolutamente sì, siamo molto coinvolti. Personalmente lo sento soprattutto dopo una vittoria, quando ci ritroviamo tutti insieme, festeggiamo o condividiamo il viaggio di ritorno in pullman. In quei momenti sai che ognuno ha dato il proprio contributo e che anche il tuo lavoro è stato un tassello importante».

Qual è la soddisfazione professionale che portate maggiormente con voi?

Gandolfi: «Al di fuori della pallavolo, penso a un mio paziente a cui avevano detto che non avrebbe più mosso le gambe e che oggi, invece, conduce una vita assolutamente normale. È una soddisfazione difficile da descrivere».

Bonfanti: «Nella pallavolo penso ai percorsi di recupero più lunghi, quelli che richiedono tanto lavoro e un confronto costante anche con il preparatore atletico. Ma, in realtà, ogni volta che un’atleta riesce a tornare in campo è una soddisfazione. Molte cose da fuori non si vedono, ma dietro c’è un lavoro enorme».

E che cosa si prova quando quel percorso si conclude e l’atleta torna finalmente a giocare?

Bonfanti: «Soprattutto soddisfazione. Sai quanto lavoro c’è stato dietro, quanta attenzione e quante energie sono state dedicate a quel percorso. Vedere l’atleta tornare in campo significa dare un senso a tutto quello che hai fatto».

Se doveste descrivere il vostro lavoro con una sola parola?

Gandolfi: «Umanità».

Bonfanti: «Stimolante».

E il vostro collega, invece, in una sola parola?

Gandolfi su Bonfanti: «Riflessivo».

Bonfanti su Gandolfi: «Caparbio».

Due caratteri diversi, un confronto quotidiano e un obiettivo comune. Perché, dentro una squadra, ci sono vittorie che si costruiscono anche lontano dal campo: con pazienza, fiducia e il lavoro silenzioso di chi accompagna ogni atleta verso il ritorno in campo.

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