Forza, esplosività, resistenza, prevenzione. Ma anche ascolto, programmazione e attenzione ai dettagli. È così che si costruisce, giorno dopo giorno, la condizione di una squadra di Serie A1.
Dietro ogni salto, ogni muro e ogni attacco c’è un lavoro silenzioso ma fondamentale, fatto di programmazione, test e attenzione costante ai dettagli. Forza, esplosività, resistenza e prevenzione non sono solo parole chiave, ma i pilastri su cui si costruisce la preparazione atletica del ChorusLife Volley Bergamo. A guidare questo percorso è Michele Palloni, che racconta come nasce, giorno dopo giorno, la condizione necessaria per affrontare la Serie A1, in stretta integrazione con il lavoro tecnico in palestra.
Palloni è il preparatore atletico rossoblù con un percorso maturato tra atletica e pallavolo. Un’esperienza che porta in palestra competenze e metodo, con l’obiettivo di accompagnare le giocatrici nella costruzione della forma migliore, partendo dalle prime settimane di preparazione.
Cosa c’è dietro la preparazione di una squadra di Serie A1 e come nasce, passo dopo passo, la condizione che servirà durante la stagione? Ecco come si costruisce una squadra.
Il tuo passato nell’atletica, e in particolare nel salto in alto, quanto ti aiuta oggi nel lavoro con le pallavoliste?
«Porto con me ciò che ho fatto finora. Le richieste fisiche, in qualche modo, sono simili: nel salto in alto devi avere determinate qualità fisiche e nella pallavolo non sono esattamente le stesse, ma ci sono sicuramente delle caratteristiche e delle capacità motorie comuni.
Dal punto di vista della programmazione, però, i due mondi sono molto differenti. Nell’atletica hai generalmente due macroperiodi, quello invernale e quello estivo, e la gara più importante dell’anno arriva alla fine della stagione. Può essere un Europeo, un Mondiale, un’Olimpiade. Programmi tutto in funzione di quell’appuntamento e di quel giorno, cercando di arrivare al picco prestativo proprio quando serve.
Nella pallavolo è completamente diverso. Hai un calendario agonistico lunghissimo e quindi è un po’ utopico pensare di programmare il picco prestativo per una determinata partita o per le finali, anche perché non sai mai quale sarà l’andamento della stagione.
La cosa più importante è cercare di mantenere sempre livelli prestativi medio-alti, garantendo la maggiore continuità possibile nel lavoro e cercando di avere meno problemi fisici possibili. L’obiettivo è mettere le ragazze nelle migliori condizioni per stare in campo e, di conseguenza, dare anche all’allenatore la possibilità di avere sempre più giocatrici pronte».
Che cosa ti affascina maggiormente del lavorare con atleti di alto livello?
«Mi affascina il fatto di cercare di fare tutto in funzione del raggiungimento di un obiettivo. Parlo dell’atletica, ma vale anche per la pallavolo. Obiettivamente, lo sport visto da fuori sembra semplice: fai sport, ti diverti. In realtà è una vita fatta di sacrifici, nella quale tutto quello che fai può influenzare ciò che succede in pista o in campo.
Cercare di non lasciare nulla al caso e lavorare sempre in funzione del massimo raggiungimento dell’obiettivo è sicuramente una cosa che mi affascina molto e che cerco di riportare anche nel mio lavoro. Cerco sempre di ricercare la massima efficienza possibile, seguendo anche il trend del lavoro che abbiamo impostato».
Come avete impostato queste prime settimane di preparazione?
«Abbiamo cercato innanzitutto di portare tutte le ragazze più o meno allo stesso punto, considerando che alcune sono state fuori con le Nazionali e hanno seguito programmi fisici differenti.
Siamo partiti con due sedute di pesi alla settimana, nelle quali stiamo lavorando attraverso una progressione dei carichi, con esercizi di forza ed esercizi isometrici. Abbiamo inserito anche lavoro sul campo in erba sintetica, sia per una parte di condizionamento metabolico sia per il rinforzo della muscolatura.
Poi c’è il lavoro in piscina, che in questa fase utilizziamo quasi più come recupero attivo che come vero e proprio lavoro condizionale.
Alla fine della terza settimana arriveremo a un blocco importante di preparazione, nel quale ci focalizzeremo principalmente sullo sviluppo della forza muscolare e delle altre capacità condizionali. Sarà la base di partenza per sviluppare poi le altre qualità fisiche che dovremo mantenere e portare avanti per tutta la stagione».
Quanto è importante avere otto settimane di preparazione a disposizione?
«È molto importante. Abbiamo la fortuna di avere otto settimane di lavoro e, di comune accordo con lo staff tecnico, ci siamo detti che dobbiamo sfruttare questo periodo senza avere fretta.
Abbiamo tempo e possibilità per costruire bene la squadra, sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista tecnico. L’obiettivo è non bruciare le tappe e preparare le ragazze nel miglior modo possibile per quello che abbiamo a disposizione in questo momento, in vista dell’inizio del campionato.
Poi sappiamo quanto sia importante partire con il piede giusto: quando una squadra parte bene, acquista fiducia e quell’appetito che ti porta a voler continuare a vincere».
E quanto conta, invece, avere un obiettivo ogni settimana, come accade nella pallavolo?
«È una delle cose che ricerco maggiormente. Lavorare tutta la settimana in vista di un obiettivo a breve termine dà una motivazione e un’adrenalina diverse.
Nello sport di squadra ti interfacci con tante personalità differenti e devi anche sapere come muoverti, come gestire le esigenze di ciascuno e trovare il modo migliore per lavorare insieme.
Nell’atletica, da questo punto di vista, è diverso. Hai un obiettivo medio-lungo termine. Può capitare, per esempio, di saltare la stagione indoor e lavorare da ottobre fino a giugno senza riuscire davvero a “palpare” quello che stai facendo durante la settimana. Ti alleni, lavori, lavori ancora e poi raccogli i frutti a giugno, sperando di arrivare al massimo ad agosto.
La differenza principale è proprio questa: nella pallavolo hai un’adrenalina settimanale legata alla partita, mentre nello sport individuale devi avere molta pazienza. Devi dirti: lavoro, lavoro, lavoro, perché i risultati arriveranno tra qualche tempo».
I test di queste prime settimane cosa vi hanno permesso di capire sulle ragazze?
«Il primo periodo, quello dei test, è servito proprio a capire quali sono i loro punti di forza, i punti deboli, le peculiarità di ciascuna, dove ci sono margini di miglioramento e dove invece non è necessario concentrarsi in questo momento.
Sappiamo che ogni ragazza ha le proprie qualità e le proprie caratteristiche fisiche. Alcune cercano di fare affidamento sui loro punti di forza, altre hanno caratteristiche differenti. Il nostro compito è fare in modo che non si adattino semplicemente a quello che già sanno fare bene, ma che migliorino anche nei punti in cui esistono dei gap.
Questa è una delle cose più importanti del lavoro: conoscere chi alleni e, sulla base dei dati e di quello che vediamo quotidianamente, capire come intervenire».
Qual è la qualità fisica che può fare maggiormente la differenza in Serie A?
«La forza è sicuramente una delle basi. Quando si guarda la letteratura scientifica e si cerca di capire quali siano le qualità più importanti per la prestazione, la forza ha un indice di correlazione molto positivo.
È la base dalla quale poi puoi sviluppare le altre qualità fisiche. A seconda del ruolo, però, le esigenze possono essere differenti.
Pensiamo a una centrale: deve essere in grado di effettuare salti ripetuti a muro e in attacco, quindi deve avere determinate caratteristiche di forza e di esplosività. Per un libero, magari, alcune qualità possono essere meno importanti, mentre può essere fondamentale la capacità di produrre forza orizzontale in maniera efficace.
Quindi le capacità e le qualità fisiche devono essere differenziate in base al ruolo, ma anche all’atleta. Persino due giocatrici che ricoprono lo stesso ruolo possono avere caratteristiche differenti e quindi necessitare di un lavoro diverso.
Quello che porta beneficio a un’atleta non necessariamente porta lo stesso beneficio a un’altra. Bisogna innanzitutto conoscere chi si allena e poi, piano piano, capire cosa funziona e cosa meno, aggiustando il tiro anche in base a quello che vediamo quotidianamente».
Quanto conta il controllo motorio?
«È molto importante, ma è anche un argomento molto tecnico. In questo periodo, per esempio, osserviamo come le ragazze si muovono in mezzo al campo e, insieme agli allenatori, individuiamo peculiarità e punti deboli sui quali lavorare.
Da lì si interviene sia dal punto di vista tecnico sia dal punto di vista fisico-condizionale, per cercare di sistemare e aggiustare determinati aspetti.
A volte puoi notare un errore tecnico che in realtà deriva da una componente fisica. Quando poi lo vedi in partita e quell’aspetto è migliorato, capisci che il lavoro fatto ha dato i suoi frutti.
Lo spettatore magari vede soltanto dove cade la palla, ma dietro ci sono tantissime componenti che lavorano insieme. E fa parte dello sport».
Che squadra vuoi consegnare a Marcello Cervellin il 4 ottobre?
«Una squadra che sia il più possibile condizionata fisicamente per quelli che saranno gli obiettivi della stagione, ma soprattutto una squadra con un bel carattere, forgiato dal tanto lavoro fatto durante questa preparazione.
Le ragazze si sono messe completamente a disposizione fin dall’inizio. Non si lamentano, stanno facendo un gran bel lavoro e credo che alla fine di questo percorso potremo avere delle ragazze trasformate in vere e proprie guerriere, pronte a dare tutto quello che hanno in campo».




















